Centro storico di Quart-Villefranche: mercoledì 21 febbraio, presentazione studio di fattibilità.

T05_ASSI E SPOT.compressed

Mercoledì 21 febbraio, l’amministrazione comunale di Quart incontrerà la popolazione di Quart – Villefranche per illustrare e condividere le soluzioni progettuali individuate dallo Studio DBM Architettura, sugli interventi di riqualificazione del Centro Storico di Villefranche.Sarà presente l’Architetto Massimo Dufour, capo progetto.Questa iniziativa si inserisce nelle iniziative di #opengouvernement intraprese dall’amministrazione di Quart, con il progetto “Partecipa anche Tu”.

Cenni storici sul Borgo di Villefranche:

Le origini e i collegamenti

Nel 1861 vennero trovati mattoni di origine romana e un blocco di pietra lavorato. Si ipotizza fosse un troncone di colonna risalente al periodo romano, anche se viene presa in considerazione la teoria della popolazione secondo cui essa fosse la base di un torchio antico. Si scrisse anche a proposito del soffitto a volta di una delle cascine del centro storico, dove risulta ancor oggi conservata una colonna e un capitello in pietra (già segnalata la scoperta da Napoleone nel 1811). La colonna misura 180 cm x 30 cm e si ipotizza che sia di origine romana o medievale.

La prima teoria è poco convincente in quanto numerosi pareri storici pare abbiano confermato che la strada consolare non passava per la zona, ma più in alto tra le vigne, dove risultava più agevole. A conferma di ciò non risultano segni di insediamento romano nella zona i esame. Durante il Medioevo invece la città di Quart era attraversata dalla “grande route” o “chemin royale”, che la collegava direttamente ad Aosta e proseguiva verso il Piemonte. In corrispondenza di Villefranche l’asse raggiungeva notevoli dimensioni (documentato fino al 1629). Ancora nel XVI e XVII sec. la Grande Route aveva lo stesso tracciato. Nel 1629 vi fu un’alluvione che distrusse parte del tracciato, evento che si ripeteva in modo abbastanza assiduo nella parte di valle in corrispondenza di Villefranche, ricoprendo il territorio di detriti.

Numerosi altri collegamenti erano presenti e di vitale importanza per la cittadini durante il periodo enunciato, come quello con Seran o con Chetoz.

Il ponte

Passando sopra la Dora Baltea collegava Villefranche col territorio di Brissogne. La data di costruzione non è nota ma le origini sono comunque da considerarsi molto antiche, in quanto garantiva il collegamento soprattutto commerciale tra la zona di Quart e i paesi di Fenis, Saint. Marcel e Brissogne stessa. Era l’unico collegamento presente nella zona che permettesse di oltrepassare il confine naturale, e si collocava in corrispondenza della strada che costeggia la cappella, al di fuori della cinta muraria.

I primi documenti che ne attestano l’esistenza risalgono al 1419, impiegato anche come orologio per il rifornimento di acqua per l’irrigazione, o come luogo di stipula di contratti notarili nel XV secolo. Era anche considerato luogo con una certa sacralità.
Costituito in legno fu ricostruito più volte, ed era soggetto a continua manutenzione a seguito delle copiose alluvioni, fino alla sua demolizione definitiva nel 1952 e la sua ricostruzione in cemento armato (più ad est).

Nel XVI secolo a seguito di una grave epidemia di peste venne deliberata l’adattamento del ponte a ponte levatoio per isolare la cittadina di Villefranche da un possibile contagio. La continua manutenzione richiese sforzi in denaro alla popolazione come risulta da documenti del 1623. Si assistette quindi ad una controversia tra i vari paesi a seguito dell’istituzione di una tassa sul pedaggio che servisse ai fini del mantenimento in opera del ponte stesso.

Non risultano notizie fino al 1789 anno in cui si decise di costruire un canale per far defluire le piene della Dora ed evitare l’allagamento del paese e si stanzia una “corvee” da versare per il mantenimento della struttura.

 

Il borgo Valdostano

In Valle d’Aosta la definizione “borgo” è data (a differenza della definizione latina per eccellenza che definisce borgo il territorio fuori le mura) sulla base delle conoscenza attuali, a centri fortificati cintati, come avveniva per tutti i borghi del territorio in esame. I centri abitati valdostani risultano accomunati dalla collocazione che possiedono rispetto agli assi che attraversano la valle, ovvero quella di essere strategicamente raggiungibili perché lungo il percorso.

Il “borgo franco” per eccellenza era infatti luogo per richiamare l’attenzione dei mercanti allo scopo di incrementare i profitti: intorno all’agglomerato rurale si prevedeva la fortificazione per poter far sviluppare il borgo in modo idoneo. Pare che solo Villefranche rispetti questa tipologia di espansione, gli altri centri valdostani possedevano già i caratteri per definirsi “burges”, avevano già le mura o si trovavano sugli essi di maggiore importanza perché europei.

Le abitazioni anche se all’interno del borgo, erano contadine nell’aspetto e nella disposizione, anche se probabilmente realizzate in pietra e non in legno. La tipica abitazione aveva un’altezza di due piani sulla strada principale, e al posto delle stalle vi erano locali dedicati alle attività principali dell’ambiente come un laboratorio o vendita.

I borghi diventavano quindi dipendenti del mercato e luogo chiuso di scambio e incontro. Questo clima creava benessere nella zona in modo da garantire pace ed espansione del territorio fungendo da volano economico.
Quindi i caratteri fondamentali dei borghi nella Valle d’Aosta sono: la collocazione lungo la via principale, la via centrale del borgo fiorente di attività, l’ospizio, la cattedrale e la cinta muraria.

Avvenimenti importanti e decadenza

Le origini sono da ricondursi probabilmente ad un piccolo villaggio di origine rurale che per una serie di eventi non ben specificati si è evoluto in “villafranca”. La modalità con cui si è espanso ed ha assunto così tanta importanza sono da ricondursi probabilmente alla collocazione sul territorio.

Villefranche si poneva tra due centri fortificati (Quart e Brissogne) in corrispondenza di un ponte. La cinta muraria venne probabilmente eretta nel XIII secolo. Questo fu possibile grazie ad una situazione economica piuttosto favorevole agevolata dai dazi ridotti e franchigie agevolate da parte delle signorie. Inoltre i prodotti potevano e dovevano essere venduti dal borgo per il borgo in modo da mantenere l’economia del paese preservata. I secoli dal XIV al XV sono stati i secoli fiorenti per Villefranche, meta di carovane, fiere e tappa di viaggiatori. Il borgo era anche riconosciuto come sede giuridica e amministrativa intorno alla metà del Seicento.

Tra gli avvenimenti che hanno maggiormente minato il borgo vi è la grande peste del 1342 e del 1348 che decimò la popolazione e l’incendio della fine del XIV secolo.
I documenti del secolo attestano la grande ricchezza della borgata che finanziava guerre e aveva un grande rientro economico come punto di ristoro.

La decadenza di Villefranche si ha a partire dal XVI secolo, epoca che vide tutta la Valle d’Aosta superare grosse prove: furono le guerre europee a provocare la caduta definitiva della borgata, anche a causa del continuo passaggio di truppe e dei relativi saccheggi. La grande alluvione del 1629 e la peste del 1630 misero definitivamente in ginocchio tutto il territorio nel 1631. Il blocco della circolazione bloccò anche l’economia del paese a causa del divieto di muoversi e di attraversare il ponte. Nel 1639 Villefranche venne

nuovamente saccheggiata, poi brutalizzata e incendiata dalle truppe francesi nel 1690, nel 1694 e nel 1799.
Nel 1848 un’alluvione rese il borgo in condizioni ancora più disperate.
Nel 1853 Villefranche fu teatro di un episodio particolare detto “troisieme revolution des Socques” ovvero una rivolta contadina diretta dai conservatori e dal clero, in tutta la Valle, per l’abolizione dello Statuto Albertino e della nuova legge. In questo contesto numerosi abitanti accusarono danni e furti e vi furono scontri tra le forze dell’ordine e i cittadini.

Le mura

Circondato da mura il borgo aveva due porte principali: ad Ovest verso Aosta e a Est verso Nus. Esse sono citate già nel 1407 insieme alle mura e al fossato lungo le stesse. La porta verso Aosta è invece menzionata nel 1410 (la stessa descrizione del borgo viene data 300 anni dopo). Dalla porta ovest si accedeva alla strada che conduceva alla cappella.

Sul lato est le mura erano costeggiate da una strada che nell’angolo nord-est scendeva verso la Dora. A ridosso delle mura risultavano addossati alcuni edifici.
Sul lato sud non risultava la presenza di fossato, ma di una strada che costeggiava la Dora Baltea, le mura verso ovest, lunghe 80 metri, erano protette dal fossato dl 1410 al 1720.

Le mura nord, lunghe 125 metri, non erano addossate alla collina, ma adiacenti ad una piccola strada.

La cappella e l’ospizio

Dedicata a Saint Jacques e Saint Antoine protettori contro le calamità. Lo stesso Saint Antoine è il santo a cui è dedicato l’Ospizio, che sorgeva nei pressi della cappella. Tale cappella unitamente al castello figuravano come gli elementi di maggiore pregio e più antichi del Comune di Quart. La cappella era quindi già esistente nel 1392 e la sua fondazione pare risalga al 1271-1314, anche se non si conosce la data certa. Risulterebbe però essere una tra le più ricche e dotate di sacri arredi della Valle d’Aosta. Esistono documenti risalenti alle visite pastorali effettuate, che ne attestano le condizioni: la visita del 1436 metteva in luce la cattiva gestione dell’Ospizio e la necessità di un restauro per la cappella e per l’altare. Nel 1625 si chiese di procrastinare i restauri per mancanza di fondi ma vennero svolti i lavori fondamentali per permettere le celebrazioni. Nel 1686 si attuarono pesanti lavori di ricostruzione della cappella ormai in rovina (ex novo). Nel 1816 la comunità acquistò una nuova campana, mentre nel 1913 vennero rifatte completamente le coperture: la cappella è nuovamente in pessime condizioni, fino alla visita del 1953. Nel 1981 furono necessari lavori per la facciata, oggigiorno la cappella possiede ancora elementi di grande pregio.

Toponomastica e “iles”

Villefranche si estende nella piana tra il territorio tra Quart e Nus. La pianura è sempre stata modificata dalle acque della Dora Baltea, a causa di alluvioni: per metà del XX secolo tale territorio era punteggiato da “iles” ormai scomparse. I terreni erano periodicamente distrutti e il fiume arrivò anche a minacciare il borgo. Si attestava la presenza di piante da salice, piante spinose che davano il nome al luogo in cui si collocavano.

La poca redditività dei terreni spinse Villefranche ad acquistare un feudo nei terreni di Brissogne, dove però l’acqua scarseggiava. Vi si attestava anche la presenza di vigneti, seminativi di grano e cereali. La situazione agricola rimase immutata per secoli, fino al XX secolo in cui si abbandonò la coltivazione a vigna come quella dei cereali.

I terreni erano costituiti da pascoli, boschi cadui e iles ovvero terreni soggetti ad essere alluvionati.

La vita del borgo

Il nucleo abitativo si snodava lungo la via principale, che attraversava il borgo in tutta la sua lunghezza da ovest a est. Intorno alla cappella si trovavano una serie di abitazioni leggermente distaccate dal nucleo principale. I continui saccheggi e gli incendi spiegano la mancanza di elementi architettonici a testimonianza delle differenti epoche. Il borgo ospitava una popolazione molto attiva nonostante le dimensioni ridotte, la quale svolgeva ogni tipo di attività commerciale e produttiva, specialmente relativa all’artigianato con relative corporazioni (pelletteria).

Altra attività largamente diffusa era la produzione di vino e relativi servizi annessi. L’allevamento e il macello, la pesca e le fiere figuravano come altre attività di spicco sul territorio.
Grande rilevanza era assunta anche dalle attività para-industriali.

Le torri

Sulla collina vi erano due torri, che appartenevano entrambe al territorio di Villefranche. Oggi ne è rimasta in piedi solo una. A pianta circolare, la seconda torre è crollata tra il 1926 e il 1932. Non esiste una storia precisa su di esse: sono anguste e piccole quindi si suppone fossero torri di segnalazione, verso i castelli vicini. La scala all’ingresso si poteva rimuovere e si collocava a sud, ma sullo stesso fronte non vi sono altre feritoie. Sul lato nord vi sono invece tre feritoie. Si ipotizza che esse servissero per controllare il traffico e il transito. I documenti le menzionano solo nel 1401. All’uscita del borgo vi era anche un’altra torretta simile.

La casaforte

Costruito nel XV secolo ora è seminascosto tra le case. Le dimensioni e i caratteri lo riconducono a un ”piéd a terre” a funzione non residenziale, in cui il rappresentante della città esercitava le sue funzioni, come ricevimento o la redazione di documenti amministrativi. Si pensa che i piani essendo privi di aperture potessero servire come magazzino. La funzione residenziale è esclusa a causa della mancanza di camini. Può aver ospitato anche un tribunale.

BIBLIOGRAFIA
“Villefranche- storia di un antico borgo” _ Alessandro Liviero _ Musumeci Editore
“Quart – Spazio e tempo” _ A cura di Joseph-Gabriel
Rivolin.

A13_ RENDER

7 milioni di Bilancio per il Comune di Quart

DSCN0303

Ieri sera, 15 febbraio abbiamo approvato il il Bilancio di Previsione  per il periodo 2018/20. Un documenti finanziario che vede un incremento nelle risorse trasferite a favore degli enti locali da parte della Regione autonoma Valle d’Aosta. Ciò consente alla nostra amministrazione la programmazione di alcuni investimenti. Sulla base dell’ipotesi di ripartizione al vaglio del Consiglio permanente degli enti locali, al Comune di Quart spetterebbe un aumento stimato fra i 400 e i 450mila euro. Una parte di questi fondi è già stata inserita in Bilancio. Fra gli investimenti, 90.000 euro saranno destinati al recupero dell’ex scuola di Trois Villes (iniziativa segnalata attraverso la consultazione della popolazione, Partecipa anche Tu).La scuola sarà destinata a diventare un punto tappa per le escursioni da e verso gli alpeggi.Saranno previsti 95.000 euro inoltre  per il ripristino della rete sentieristica comunale, per renderli fruibili ai frequentatori della Via Francigena e del Cammino Balteo.

Sono da sottolineare le risorse, circa 300.000 euro destinate ad un primo intervento per la valorizzazione del borgo di Villefranche (nuova illuminazione pubblica e recupero del piazzale e del parcheggio).  

Sono previste manutenzioni straordinarie a Villa Pesando per 30 mila euro e le progettazioni di alcuni lavori di miglioramento delle scuole medie per 17 mila euro. Infine 80 mila euro sono stati destinati a manutenzioni straordinarie di asfalti, edifici e alpeggi. Gli investimenti previsti ammontano in totale  a 467mila euro. Se vi sarà l’autorizzazione a utilizzare parte dell’avanzo di amministrazione, si effettueranno ulteriori interventi nel settore dei lavori pubblici.Nel triennio sono stati inseriti 700mila  destinati alla realizzazione del collegamento della frazione Les Combes con l’abitato del Villair e alla strada statale 26, agevolando inoltre l’attraversamento della linea ferroviaria.

Il Bilancio pareggia sulla cifra di 7.105.774,71.

 

 

 

Rapporto Montagne Italia 2017. Un utile strumento per conoscere le Terre Alte.

IMG_0394

 

E stato presentato il Rapporto Montagne Italia 2017, lo studio giunto alla sua terza edizione è pubblicato dalla Fondazione Montagne Italia (costituita da Federbim e Uncem) ed è ormai un punto di riferimento conoscitivo e divulgativo imprescindibile per chi desideri approfondire le dinamiche socio-economiche dei mondi montani.

Ne sottolineo in particolare l’utilità per noi amministratori, perché ci supporta nel definire strumenti e politiche pubbliche specificatamente dedicate ai territori e che, con il supporto di numeri e analisi, permette di cogliere meglio le opportunità possibili, nonché di conoscere il valore produttivo e ambientale delle nostre terre; perché di certo la montagna non può più essere considerata dal resto del Paese soltanto un “complemento” della città, da frequentare per il solo relax o attività sportivo-ricreative.

Come Consiglio di Amministrazione della Fondazione abbiamo condiviso l’approccio scelto dal Rapporto, ovvero quello di non considerare le terre alte come realtà marginali, ma il centro di un nuovo sistema di sviluppo, quello di un Paese che vuole uscire dalla crisi economica e che è capace di ridisegnare, in termini di sostenibilità, il proprio modello di sviluppo.

Di particolare interesse è la scelta di utilizzare il tema delle “differenze. La montagna non è tutta uguale, e ci sono dei caratteri di sistema che contraddistinguono le due catene Alpi ed Appennini quali macroregioni significative, alle quali riconoscere ruoli specifici e verso le quali declinare politiche distinte, tanto in sede nazionale che in sede europea.

Fra le tematiche più significative, e che danno anche il nome ad altrettante sezioni del Rapporto, ci sono il cambiamento, i soggetti che ne sono i motori e i protagonisti, e le politiche che questo cambiamento accompagnano, contrastano o vogliono suscitare. Una quarta sezione, meno trasversale, affronta il tema della sicurezza territoriale: il nostro Paese troppo spesso dimentica la fragilità delle proprie formazioni geologiche, resa più evidente dall’intensità di popolamento del suo territorio; per questo, troppo spesso si ragiona in termini di “emergenza perpetua”. Sotto questo punto di vista, tuttavia, ritengo che in Valle d’Aosta, negli anni, si siano fatti investimenti estremamente importanti che rimarcano un’attenzione continua alla tematica e un’ampia prospettiva temporale.

Da leggere anche le cosiddette “voci della montagna”, dei casi emblematici raccontati da chi vive quotidianamente i mondi montani, a completamento di ogni sezione tematica, e che testimoniano e commentano gli orizzonti di lavoro.

IMG_0055

Fra di essi ve ne sono alcuni che mi sono appuntato. Il capitale naturale della montagna, infatti, e i conseguenti “servizi ecosistemici e ambientali” (quali l’approvvigionamento idrico e la purificazione dell’aria, il riciclo naturale dei rifiuti, la formazione del suolo, la manutenzione dei versanti e molti altri meccanismi regolatori naturali, così come la fissazione del carbonio delle foreste di proprietà demaniale e collettiva, la regimazione delle acque nei bacini montani, la salvaguardia della biodiversità e delle qualità paesaggistiche e l’utilizzazione di proprietà demaniali e collettive per produzioni energetiche) possono infatti rappresentare una ricchezza ed essere un essenziale fattore di sviluppo per il Sistema Paese.

I numeri ci dicono delle cose interessanti: in primis che la montagna è in crescita, sia dal punto di vista del PIL, sia per quanto riguarda le opportunità di sviluppo che i recenti provvedimenti legislativi riservano alle comunità e ai territori.

Il ritorno al settore primario e alle produzioni agroalimentari da parte di un numero ampio di giovani, con il conseguente avvio di una varietà di produzioni piccole e medie e l’offerta turistica in aumento, stanno cambiando il volto della montagna italiana.

Fra gli aspetti maggiormente significativi c’è quello delle Green community e di una rinnovata Green economy. Le politiche pubbliche devono dare concretezza all’idea, certo meritevole ma forse troppo generica, di comunità che costruiscono il proprio successo attorno all’opzione della sostenibilità. Come territori ci rivolgiamo sempre più a una domanda, locale e globale, attenta al valore delle risorse neutrali e della loro riproducibilità. Questa prospettiva intravvede anche nei nostri territori, esterni alla rete urbana, la capacità di conservare e di attrarre nuovi cittadini e imprese grazie ad un rapporto più diretto con le risorse ambientali, in un sistema di vita quotidiano che supera grazie alla tecnologia e all’ingegno la dispersione territoriale e che permette di costruire una rinnovata rete sociale.

È verso questa prospettiva di comunità della montagna aperta che stiamo lavorando, muovendoci in alcune direzioni ben precise. Oltre allo sviluppo dell’ICT e il “portare banda” (ne ho parlato sul blog in queste diverse occasioni) sul territorio, ragioniamo anche in termini di risorse che l’Europa mette a disposizione delle aree interne Ad esempio, in questa linea s’inserisce la prospettiva dei GAL: nell’arco alpino operano una quarantina di gruppi di azione locale, finanziati con risorse finanziarie stanziate all’interno dei Piani di sviluppo rurale, e che comprendono 1129 Comuni e oltre 2 milioni di abitanti. È evidente allora, in estrema sintesi, che la “voce della montagna” deve e può farsi sentire, e soprattutto deve farlo raccontando il meglio delle proprie esperienze e la capacità, spesso inedita nelle aree metropolitane, di farsi voce attiva di un protagonismo virtuoso.

 

Egalité des Chances

IMGpc_2345
In un momento in cui si continua a parlare di economicità, di efficienza, di efficacia, pochi, anche in Valle, riflettono su la correlazione e l’influenza che ha la Montagna su i costi delle politiche pubbliche realizzate nelle nostre Comunità.
I costi in Montagna sono maggiori per tanti motivi, i più sono legati alle difficoltà orografiche, alla distanze dai grossi centri di distribuzione, alle condizioni climatiche ed ad altri numerosi fattori che non è il caso qui di elencare, ma che noi montanari conosciamo benissimo.
Ma questi costi noi amministratori abbiamo l’obbligo di affrontarli, di gestirli, perché dobbiamo garantire gli stessi livelli di democrazia, qualità della vita e égalités des chances ai nostri cittadini-montanari, di chi vive nelle aree più urbanizzate, dotate di servizi e opportunità economiche.
Un “obbligo” ed un obiettivo che nei Parlamenti di Roma e Bruxelles ci si dimentica troppo spesso, nonostante la presenza di parlamentari “montanari” che cercano, in evidente inferiorità numerica, di difendere le loro comunità.
Per tornare ai costi ed alle égalités des chances, faccio l’esempio dell’accesso alla rete ed alle nuove tecnologie.
I Valdostani, gli studenti, gli imprenditori dei nostri Comuni devono avere la stessa possibilità di accesso alla rete ed all’ informazioni  (beni collettivi) e soprattutto con le stesse performances di velocità e affidabilità, dei centri urbani per poter essere anch’essi protagonisti di questo nuovo mondo, in questa nuova Europa.
Ed anche in questo caso, vista la poca appetibilità economica delle aree montane per i grandi operatori delle comunicazioni, la politica e le amministrazioni in Valle d’Aosta, hanno investito e devono continuare ad investire sul territorio per diffondere la rete ed ora per “ampliare“ la banda a disposizione.

IMG_pc

Il concetto di rete dev’essere peró maggiormente diffuso anche a livello istituzionale, per aumentare la collaborazione tra comuni e tra comuni e regione. Collaborare in rete permette di raggiungere risultati migliori sia economicamente che organizzativamente.
E soprattutto  ci permette di superare il concetto qualche volta limitante di territorialità.

A questo proposito la storia dei rus è sicuramente calzante: affrontare in quei secoli il problema del trasporto dell’acqua, bene collettivo, fra i diversi domaines era una priorità , che ha determinato il superamento dell’interesse puntuale e dell’egoismo di una singola frazione o Comune per raggiungere un fine di politica generale come la distribuzione della risorsa idrica.

Sempre parlando di reti, una riflessione penso sia necessaria parlando di trasporti. Tutte i collegamenti ferroviari e stradali attraversano le Alpi. Le nuove reti di collegamento Europee hanno dei nodi d’interscambio e gestione. Questi nodi devono essere posizionati,  peró prestando la massima attenzione alla loro individuazione e identificazione soprattutto per il loro impatto ambientale.
Penso, per fare un esempio, che il problema dei trasporti in Valle d’Aosta si possa affrontare anche guardando all’ Europa. Gli investimenti necessari sono imponenti e penso che non possano essere finalizzati al solo raggiungimento di Aosta. È necessario se vogliamo concretizzare, certi investimenti guardare ai corridori verso la Svizzera ed il Nord Europa. Un collegamento ferroviario con la Svizzera, aprirebbe degli scenari interessanti anche per i trasporti dell’intera area nord-ovest, coinvolgendo il porto di Genova e la città di Torino. Pensiamo per esempio ai riflessi per lo sviluppo del turismo delle nostre Alpi e della intera costa Ligure. Il nodo di Milano, nei prossimi decenni, non sarà in gradom soprattutto per ragioni di sostenibilità ambientale, di sopportare tutto i traffico dal Nord Europa e quello proveniente dal Nord Est.
Una rete ferroviaria efficiente che da Genova, con Aosta vero nodo e carrefour d’Europe, senza soluzione di continuità potrebbe raggiungere il nord Europa, sarebbe il mezzo migliore per azzerare il traffico commerciale su gomma. Tra l’altro, e non di secondaria importanza in un momento in cui si cerca di affrontare i problemi relativi ai cambiamenti climatici, i benefici ambientali che si potrebbero raggiungere sarebbero molto importanti
Dobbiamo quindi avviare rapporti con le aree urbane, che riconosciamo possano essere interlocutori, con l’obbiettivo di costruire un rapporto paritario, su questi importanti temi di sviluppo.
Questa strada, è necessario cominciare a percorrerla per continuare a garantire una vera e propria “Egalités des chances” ai Valdostani.

Inviato da iPhone